L’ultima raccolta di versi di Valerio Magrelli, Exfanzia (Torino, Einaudi 2022) si muove tra diarismo e autobiografia, con uno sguardo sul mondo a volte sdegnato a volte dolente o perplesso, sempre in cerca di una via di salvezza.
Ex-fanzia ovvero uscita dall’infanzia ma anche recupero di un ex-tempo perduto che si realizza “sotto il segno di Pollicino” : l’eroe della favola omonima, che segna la via con le briciole per non perdersi, guida il “turista della vita” , come Magrelli si definisce , nell’intricato sentiero che attraversa ricordi, interroga attimi presenti che già sfuggono e si avvicina, tra “sollievo” e sofferenza, all’ “ultima cima” (p. 25).
Tra ricordi che sfumano, minando la stessa identità del soggetto, e scatti irosi o rassegnati contro le storture della vita quotidiana, sono gli affetti individuali a restituire un senso e una linea di resistenza al fluire inesorabile della vita: nel viso di chi si scruta allo specchio emergono i segni delle radici, “papà e mamma/ che abitano il mio volto / disputandoselo” e “si danno appuntamento/ tra i miei occhi, / naso, fronte, mascella, /per tornare ad amarsi (p. 59). E nel risveglio quotidiano è “il QR code” del viso amato, scansionato dal “lettore ottico” dello sguardo, che garantisce il “riconoscimento” del territorio comune attraversato: “ E’ un punto incandescente/ il luogo in cui si forma dentro me/ la tua identità, la nostra storia/ sotto forma di vita” (p. 34).
L’età che si colloca ex-fanzia , passo dopo passo, distrugge il “tessuto psichico/ che fa da cuscinetto/ tra la creatura e la sua vita” provocando una frizione dolorosa, come di un’articolazione usurata. Vi si insinua la tenerezza per i ragazzi che con i loro graffiti cercano di “lasciare una traccia” , “scrivere una firma” e “insultare un mondo che li ignora“; vi si accampa infine la desolata visione di un mondo che brucia accumulando scorie e seminando virus, in una triste spirale di autodistruzione che genera un accorato lamento funebre e insieme un grido allarmato (“Antropocedio” , p.111 ss).
E tuttavia al “turista” oggi disorientato riecheggia ancora la voce del padre quando lo portava in visita alle chiese del Borromini: ” Ma guarda quella curva” , con la perentoria e indelebile contraddizione della “nostra congiunzione avversativa“, quel “ma” che ” vuol dire tutto” , immerso com’è nel fango della vita (p.29).
Se esiste, la salvezza abita la bellezza dell’arte, che “ricorda all’uomo ciò che vale la pena di fare“: Magrelli ce lo ripete con le parole di Ezra Pound e con questi suoi versi limpidi e struggenti, tutti da assaporare.