I consigli di lettura della biblioteca: Samantha Harvey, Orbital

Rinchiusi in una stazione spaziale sperimentale, sei astronauti girano attorno alla Terra alla velocità di 27000 km orari compiendo in ventiquattro ore sedici orbite complete. Roman, russo, definito “le mani” perché sa aggiustare qualsiasi tipo di apparecchiature, è il comandante della spedizione, alla sua terza missione spaziale; gli altri componenti dell’equipaggio sono Anton, anche lui russo, Shaun, americano, Pietro, italiano, e  due donne, l’inglese Nell e la giapponese Chie. Anton, che studia il comportamento delle cellule cardiache in assenza di gravità, è il “cuore” della spedizione; Shaun, profondamente religioso, ne è l’”anima”; Pietro, il più razionale ma non per questo privo di sentimenti, è la “mente”; Nell è il “respiro” in quanto è anche sommozzatrice, colei che unisce le profondità dell’abisso a quelle dello spazio;  Chie, che ha una forte propensione  all’analisi introspettiva, è la “coscienza”.

Astronauti per scelta, ciascuno di loro per ragioni diverse, sono l’avamposto di una nuova era che prelude alla colonizzazione dello spazio, considerata dagli Stati necessaria per l’insufficienza delle risorse terrestri alla loro inesauribile avidità; essi sono consapevoli di essere solo i “mezzi” di un futuro predatorio e tuttavia per loro l’esplorazione dei misteri del cielo ha il suono suadente e ammaliante del “canto delle sirene”, di un “grandioso sogno astratto della vita interplanetaria, di un’umanità libera, sganciata dalla goffa Terra (…)’ la ricerca del vuoto” (p.105).

Hanno davanti a sé nove mesi, la durata di una gestazione, per compiere la missione e approdare infine sulla Luna: saranno i primi a tornarvi dopo l’ epico allunaggio del 1969, di cui essi hanno ricevuto testimonianza o hanno un ricordo lontano, ma che basta per far provare loro, durante le passeggiate spaziali, un senso di “deja vu” che evoca “il ricordo sopito dell’utero materno” (p. 77).

Nove mesi di cui si racconta la traiettoria di un solo giorno, che per l’accelerazione del tempo nello spazio corrisponde a sedice albe e sedici tramonti, mentre davanti ai nostri occhi scorrono le immagini dei cinque continenti con la magia dei loro variegati colori, luci, terre, mari, in un’ininterrotta continuità senza confini nella quale il concetto stesso di nazione diventa insignificante e persino risibile, come la separazione tra le toilettes per soli europei e quelle per soli russi imposta agli astronauti e da loro totalmente ignorata all’interno della stazione.

Tutto si fonde nella “unità corale” della terra che dalla lontananza siderale  appare come una “biglia di vetro nello spazio nero pece”: apparentemente compatta e solida nella sua materialità eppure fragile, insignificante e precaria  nell’ infinito mistero dell’universo.

Da dove viene, dove va? Per Shaun tanta bellezza non può essere che il frutto di un ordine prestabilito, per Nell è il segno dell’ irrompere del caso: “ Ogni tanto Nell vorrebbe chiedere a Shaun come fa a essere un astronauta e credere in Dio, un Dio creazionista, ma sa già quale sarebbe la sua risposta. Le chiederebbe come fa a essere un’astronauta e a non credere in Dio. (…) Guarda, direbbe (Nell, n.d.r) Cosa può essere stato se non una forza sfrenata, disattenta e bellissima? (…) E Shaun (…) direbbe: cosa può essere stato se non una forza sfrenata, attenta e bellissima?” (pp.49-50).

In assenza di risposta resta la domanda, fluttuante come i corpi degli astronauti nella navicella, oscillanti tra la claustrofobia del “dentro” generata dalla capsula di latta che li contiene  e l’agorafobia del “fuori” con la sua immensa vastità (p. 90). Corpi separati dai legami terreni che formano una inconsueta “famiglia in aria” (p. 21) e per questo collocati in una condizione al contempodivina e dannata (“Sono esseri umani che godono di una visuale divina, che è poi al tempo stesso la loro benedizione e maledizione” p.79), spinti verso gli estremi confini della conoscenza in una dimensione quasi immateriale  e di forzato esilio.

Genera un certo struggimento questo loro ininterrotto moto circolare intorno alla “capocchia di spillo” (p.34) sulla quale tutti noi barcolliamo in bilico, ospiti sempre precari che un solo violento tifone, quello che gli astronauti fotografano e monitorano dalla loro navicella,  può spazzare via in un lampo; come genera struggimento la messa a fuoco della visione miope con la quale ci ostiniamo, noi uomini,  a distruggere l’ecosistema della nostra “madre Terra”, senza la quale  non c’é salvezza per nessuno, con le folli scelte di una politica avida e senza scrupoli, cinica e indifferente, che stravolge il clima e riempie di rifiuti anche lo spazio.

La nostalgia della concezione geocentrica in cui l’uomo ha una sua centralità anche sul versante della responsabilità verso l’ordine del cosmo sembra quasi inevitabile, pur nella sua evidente e riconosciuta menzogna. Ma essa non è replicabile se non come moto del cuore, come speranza che l’amore possa ancora salvare l’uomo dalla distruzione, come al riparo di una minuscola chiesetta alcuni, pochi, si salvano miracolosamente dalla furia del tifone laggiù nelle Filippine (p.146).

Lo stesso moto del cuore che induce Chie a interpretare la fotografia della propria madre, immortalata sulla spiaggia con lo sguardo verso il cielo proprio nel giorno del primo allunaggio, come un’esortazione a credere a “quello che è possibile nella vita, il numero illimitato di cose che gli esseri umani e quindi anche tu, possono fare” ( p.66 ) piuttosto che a ricordare la carica di distruzione che essi possono sprigionare. La madre di Chie si è salvata per caso dalla devastazione della bomba atomica: è frutto di “una crepa, una fessura della storia” (p.65) che Chie con la sua determinazione intende onorare: sarà lei la prima astronauta donna, non bianca, non americana, ad andare sulla luna. 

La conclusione del libro è aperta ma non tragica: non sappiamo se la navicella spaziale completerà la sua missione, ma sappiamo che dopo altri 35000 giri intorno alla terra uscirà dall’orbita e precipiterà in mare, forse per un guasto non segnalato dai sistemi di allarme (una crepa impercettibile si è già aperta all’esterno dell’involucro) o forse solo perché ha concluso il suo viaggio e sarà guidata a inabissarsi con grazia nell’Oceano Pacifico.

Resta al lettore, come emblema di questa ambiguità e di un pericolo per ora non colto che incombe sulla navicella spaziale e sulla Terra devastata da un progresso cieco, l’immagine di un sistema solare quale congegno perfetto di sfere ruotanti, che corregge Dante senza negarlo: “Là fuori, le vibrazioni elettromagnetiche rimbalzano nel vuoto quando i corpi nello spazio emettono luce. Traducendo queste vibrazioni in suoni, i pianeti assumono ciascuno la propria musica, il suono della loro luce”.  In questa sinfonia straordinaria, la Terra ha una sua “complessa orchestra di suoni” abbastanza stonata e dissonante; tuttavia è “un’armonia incerta che prende forma. Il suono di voci distanti che confluiscono in una massa corale, una nota angelica sostenuta che si espande attraverso le interferenze. Viene da pensare che esploderà in un canto (…). La sua luce è un coro. La sua luce è un concerto di trilioni di cose che i radunano per qualche istante prima di ricadere nel tintinnio e nel tambureggiare confuso di una trance galattica di fiati, il caos di trilli pluviali di un mondo selvaggio che canta” (pp. 147-148).

Lo struggimento resta lo sfondo emotivo di questo libro poetico e denso di riflessioni, stilisticamente raffinato e suggestivo per l’uso di metafore, sinestesie, ritmo modulato ora sul movimento rapido e costante della navicella ora su quello più lento delle azioni, interazioni e pensieri dei protagonisti, immersi nel loro mondo interiore e nei loro spesso dolorosi ricordi. 

Dalla profondità dello spazio, lo sguardo sulla Terra ne mette a nudo luci e ombre, ferite e incanto, nella consapevolezza che essa è solo “un granello insignificante al centro del nulla” e noi  “non solo siamo ai margini dell’universo, ma che è un universo di margini, che non c’è un centro, solo un ammasso vertiginoso di cose danzanti, e che forse tutto il nostro sapere consiste in una conoscenza elaborata e in continua evoluzione della nostra estraneità, uno smantellamento dell’ego attraverso gli strumenti dell’indagine scientifica fino a che quell’ ego non sarà ridotto a un edificio in rovina da cui filtra la luce” (p. 32). E mentre la navicella spaziale continua la sua avventura in orbita,  “mentre arriviamo a capire che la sconcertante enormità della nostra insignificanza è una tumultuosa offerta di pace sballottata dalle onde” (p. 34), lo struggimento si fa  vertigine e la vertigine, nonostante tutto, speranza.

Samantha Harvey, Orbital. Ventiquattro ore di orbite terrestri diurne nell’emisfero settentrionale, Enne Enne Editore, Milano 2025 (prima edizione inglese del 2023); il libro, che si avvale della traduzione pregevole di Gioia Guerzoni, ha vinto il Booker Prize 20024.