
Contrastare la violenza sulle donne si deve, si può.
Tra le sue cause, dicono gli esperti, c’è anche una sorta di analfabetismo emotivo che sembra drammaticamente diffuso nella nostra società, soprattutto tra i giovani: l’incapacità di decifrare e di contenere sentimenti e passioni.
E allora la scuola deve fare la sua parte. Ma come?
Certo saranno utili gli esperti, i dibattiti, le lezioni e i progetti ad hoc.
Ma non solo.
La scuola può dare, anche e innanzitutto, più letteratura ai suoi studenti. Più romanzi, più poesie; più libri attraverso i quali ritrovare un contatto con le infinite sfumature dell’interiorità dell’essere umano, le sue fragilità, le sue zone d’ombra.
La letteratura può restituire voce ai sentimenti e parole alle passioni, può indagare contesti, sfondi storici e tratti psicologici che quei sentimenti e quelle passioni alimentano; attraverso l’immedesimazione nelle storie, nei personaggi, nell’espressione lirica, essa attiva processi di conoscenza, di valutazione, di catarsi liberatoria. Mettendo a nudo l’uomo e ponendolo davanti a uno specchio spesso impietoso, lo costringe a guardarsi dentro, senza viltà o facili sconti.
Per questo la letteratura può salvarci tutti, carnefici e vittime.
Qualche esempio tra gli infiniti possibili, restando nell’ambito della violenza di genere.
Nel Trionfo della morte di D’Annunzio viviamo con Demetrio l’ossessione del pensiero della morte e di un’oscura e morbosa attrazione per una donna, Ippolita, idolatrata e nel contempo “Nemica“: quasi un vampiro che paralizza ogni ambizione, peraltro velleitaria, del protagonista al punto che, nel suo delirio di onnipotenza e annichilimento, egli finisce per trascinarla con sé nel precipizio di un promontorio a picco su una scogliera, uccidendo entrambi. Dietro ai deliri di Demetrio, una malintesa cultura del superomismo di stampo nietzschano, ma anche un torbido intreccio di grovigli psichici, tra smania di possesso assoluto e risentimento: il lettore vi penetra pagina dopo pagina in un crescendo di orrore e pietà, sino al drammatico epilogo, non molto diverso dai tanti omicidi-suicidi del nostro tempo, descritto con fulminea ed illuminante crudezza: “Fu una lotta breve e feroce come tra nemici implacabili che avessero covato fino a quell’ora nel profondo dell’anima un odio supremo. / E precipitarono nella morte avvinti.”
Sempre D’Annunzio, nel dramma La figlia di Iorio, ci mostra i frutti avvelenati della cultura del patriarcato e della misoginia di un’arcaica cultura contadina in cui la “strega” Mila di Codro diventa oggetto di violenza quasi per legge naturale; ma ci mostra anche che gli stessi figli di quella cultura possono trovare, nella ripugnanza verso tale sopraffazione, la forza di ribellarsi al proprio padre che la incarna.
In Delitto e castigo Dostoevskij racconta con finezza di analisi i tormenti psichici e le autogiustificazioni ideologiche del giovane studente Raskolnikov, indotto all’ omicidio di una vecchia usuraia da un sentimento di profonda ingiustizia sociale, che lo condanna alla povertà e alla conseguente impossibilità di portare a termine gli studi.
In Mille splendidi soli di Khaled Hosseini è la legge islamica a generare mostri, una legge spietata che tuttavia sembra non riguardarci; ma la forza delle crude parole di questo duro romanzo suscita un’ indignazione che le immagini dei media non sono più in grado di veicolare, scuotendo le nostre coscienze dall’assuefazione che le intorpidisce.
In L’ uomo che voleva essere colpevole di Henrik Stangerup un uomo, al culmine di una lite, uccide sua moglie; ma la società danese in cui vive vuole abolire il senso di colpa, considerato un retaggio dell’individualismo umano, dannoso alla collettività. Ne consegue un assurdo tentativo dell’omicida, reo confesso, di far valere la sua volontà di essere punito, quale riconoscimento del suo libero arbitrio e della responsabilità del tutto individuale del suo gesto: solo la espiazione della colpa gli consentirebbe di accedere a una nuova vita, ma ciò gli è negato, con esiti imprevedibili e problematici.
In La cognizione del dolore di C. E. Gadda si indagano i rapporti “malati” tra un figlio e una madre, che sfociano in un delitto di cui non si chiarisce la causa e il responsabile, che potrebbe esterno al nucleo familiare, ma che la narrazione precedente, con l’analisi psicologica dei rapporti tormentati tra i due personaggi, induce a pensare, invece, nato in seno ad esso.
Amore, rabbia, dolore, espiazione, solidarietà e conflitti sociali e interiori, gioia, delusione, frustrazione…infinite sfumature dell’ animo umano e della sua complessa psiche che la letteratura racconta, esprime, interroga, porta alla luce, sottopone al nostro giudizio e alla nostra coscienza.
“Più “divori” pagine di alta letteratura e più migliora un’abilità conosciuta come Theory of Mind, teoria della mente, che consente di prevedere gli stati d’animo di chi ci è di fronte. Una caratteristica che affonda le radici nell’empatia, inevitabile quando un libro ci si immedesima nei personaggi descritti. Si tratti del buono o del cattivo di turno, poco importa, la dinamica è sempre la stessa: si vivono le sue avventure, si cerca di capirne idee, stati d’animo e, perché no?, persino di anticiparne le mosse. Il salto dal mondo immaginario al reale è breve: si allena la mente. Si addestra il cuore. Si affina l’intuito. (…) Quando leggiamo accendiamo le nostre competenze empatiche.” (Keith Oatley – dalla rivista “Science“).
Offriamo letteratura, dunque, ai giovani: per aiutarli a riappropriarsi delle parole che incarnano i sentimenti e le emozioni, a conoscere e riconoscere quel magma indistinto e talvolta inquietante che ci abita nostro malgrado e che solo un coraggioso attraversamento, tra mente e cuore, può consentirci di tenere a freno.
Sul solco tracciato dalla letteratura le spiegazioni degli esperti potranno così essere più incisive ed efficaci. E allora sì, leggiamo e discutiamo anche i saggi che indagano il problema della violenza di genere da molteplici prospettive: dal punto di vista sociologico, come Non è un destino. La violenza maschile contro le donne, oltre gli stereotipi (2022) della studiosa Lella Paladino; dal punto di vista linguistico, come Ne uccide di più la lingua. Smontare e contrastare la discriminazione di genere che passa per le parole (2023) di Valeria Fonte e Stai zitta di Michela Murgia (2021); dal punto di vista storico, come La violenza contro le donne nella storia. Contesti, linguaggi, politiche del diritto (secoli XV-XXI) di Feci-Schettini (2017); o, ancora, dal punto di vista della cronaca quotidiana, come in Ferite a morte. Dieci anni dopo, di Serena Dandini (2022), per citarne solo alcuni tra i più recenti e interessanti.
Ma non dimentichiamo la forza straordinaria della letteratura, la sua fascinazione e la sua penetrante capacità di svelamento, di scoperta, di demistificazione di noi stessi e del mondo.
A questi potenti versi di Emily Dickinson affidiamo, per chiudere, il ricordo di tutte le donne uccise dalla mano crudele di un uomo:
Il tutto venne non tutto insieme – / fu un’uccisione graduale – / un fendente – / e poi una chance alla vita – / l’esultanza di cauterizzare – / Il gatto concede tregua al topo / allenta la sua morsa quanto basta / perché la speranza lo tormenti – / quindi lo schiaccia a morte – / E’ premio della vita – morire – / più appagante se in un colpo solo – / che morire a metà – poi riaversi / a una più cosciente eclissi –
Emily Dickinson, in Centoquattro poesie, Einaudi 2011